Flash. Intervallo dopo la finalina di consolazione vinta allo scadere dal Cska sul Barca. L'O2 Arena di Londra è appena entrata in quello stato "da stazione ferroviaria" tipico di ogni palazzetto quando nessuna squadra è presente sul campo. L'attenzione rivolta altrove, la musica da sottofondo ad ogni movimento. Ancora un'ora emmezza e su quello stesso parquet si giocherà la finalissima tra Olympiacos e Real Madrid. A bordo campo dei classici cuffioni neri sparano dell'r&b "intuibile" anche a qualche metro di distanza. Il loro proprietario, mani dietro la schiena e sguardo fisso nel vuoto, sta cercando di trovare una concentrazione interrotta troppo spesso dal mondo esterno. Christos, l'assistente allenatore, lo costringe a piegarsi su un fianco e porgere l'orecchio. Tra i due quello che sembra dover scendere in campo sembra il giovane coach, visibilmente sudato, iperattivo e prodigo di consigli accompagnati dal gesto di assenso del testone su cui sono impiantati i cuffioni...
Ci avviciniamo, incuriositi e con una domanda che ci frulla in testa da un po', dopo aver visto il didietro rosso vivo e il suo Cska sculacciato dai greci in semifinale. Non vorremmo spezzare il tentativo di concentrazione del ragazzone con maglia rossa, pizzetto nero curato su un viso perfettamente squadrato e tricipite "hulkhoganesco", ma le chance di interagire informalmente sono pochissime. E ci facciamo avanti.
La mano che stringiamo è quella di Kyle Hines, velociraptor onnipresente contro i brontosauri moscoviti che di peso e d'intensità ha trascinato i guerrieri del Pireo alla finale d'Eurolega 2013.
Gli facciamo una sola domanda, sperando d'esser meno pizzulliani del "Come pensi sarà la finale?"-"Molto difficile." (...) sentita spesso nelle ultime ore.
Gli chiediamo se in questi giorni ha pensato alle sue origini professionali. A quelle tre stagioni a Veroli nella LegaDue italiana dominata ma mai vinta. Gli chiediamo come ci si senta a distanza di tre anni ad essere uno dei protagonisti principali di una finale d'Eurolega. Lo sguardo che si sposta su di noi, gli occhi che si fanno piccoli e divertiti, sono un buon segno. Poi Kyle inspira forte, sospira, ci guarda e quegli stessi occhi neri ora brillano (gli stessi della foto sotto, col sottoscritto).
"Man, it's unbelievable". E' incredibile. Lo dice scuotendo la testa, sorridendo stupito lui stesso anche in quel momento. Da Quel Momento che sta vivendo.
Poi ci dice che è nel bel mezzo dell'esperienza più straordinaria della sua carriera, persino meglio dei tempi del Greensboro Coliseum quando venne nominato per la prima volta nella storia della sua università miglior giocatore della Southern Conference.
Quello era il primo Hines, un ghepardo dotato di una reattività e di un fiuto per il canestro rari, una macchina da punti, rimbalzi e stoppate a quattro ruote motrici. Instancabile, fac-totum nel sistema di Mike Dement, un concentrato pauroso di energia e durezza fisica che caricava la propria dinamo interiore ad ogni contatto fisico ricevuto. Ma soprattutto cercato, nonostante il ruolo di lungo e la sua altezza sotto i due metri fossero teoricamente antitetici.
E dopo Veroli e Bamberg eccolo qua. Contro ogni previsione. Nostra, vostra, di chiunque. In Italia lo chiamavamo affettuosamente il "pivot bonsai". Poi andava in campo massacrando gli avversari.
Ed improvvisamente il nomignolo scompariva, trasformandosi inevitabilmente in MVP, miglior giocatore. L'affetto? Sparito, davanti a tutta quella ferocia sportiva, a quell'agonismo senza pietà alcuna. Ma non imparavamo mai. Ogni volta contavano di più curriculum, tiro morbido, fama, altezza. Hines ci rideva sopra insieme a coach Trinchieri, che l'aveva scoperto al pre-draft 2007 portandolo in Italia. E il rituale si ripeteva ogni Domenica.
A pensarla bene, il primo Hines e questo s'assomigliano molto.
Ora è a Londra, da campione d'Europa in carica, con la banda di ragazzi terribili di coach Bartzokas. Kyle Hines, più del simbolo e leader Spanoulis, è l'emblema di questa squadra. Non abbiamo riguardato articoli e statistiche degli ultimi due anni, ma siamo piuttosto sicuri che la maggior parte dei compagni di squadra di Kyle -e lui stesso in primis- siano stati snobbati PRIMA di ogni singola partita europea da molti degli addetti ai lavori e tifosi che non vestissero biancorosso.
Poi Pero Antic, lungo macedone pluritatuato sempre ai margini dell'impero cestistico, ti infila Quella Tripla assurda dal palleggio da otto metri. Nel secondo quarto della finale d'Eurolega contro un carichissimo Real partito 20-7. A guardarlo, Pero assomiglia più al feroce Vlad (poi fu Dracula) senza capelli che ad un giocatore di basket che ti fa rimontare. Difficile in effetti dargli credibilità, ma intanto Lui ti schiaccia in testa il meno 7 al 14mo minuto di gioco. L'assist, manco a dirlo, è di Kyle Hines.
I primi dubbi iniziano a sorgerti. Sì, lo sappiamo che non mollano questi, ma il Real ha l'80% da tre e duecento volte più talento!
Poi Papanikolau, per talento puro l'eccezione in questo gruppo e finalmente nominato alla vigilia di queste F4 stella nascente dell'Eurolega, viene sfidato vicino al ferro da Suarez. Lo spagnolo segna, con tanto di dedica. Primo errore: a +10 contro l'Olympiacos non occorre provocarli per innescare una reazione rabbiosa già in embrione nei loro DNA.
Secondo errore: pensare che Loro ti concedano il secondo di tregua della gloria post-canestro. Non è così, Loro in carriera non hanno mai riposato un secondo per arrivare, con lavoro, sudore e abnegazione, dove sono Ora. Perchè dovresti riposarti Tu? Papanikolau non lo domanda a Suarez. Riceve in angolo la palla. Suarez dopo la tripla è tornato in difesa con gambe un po' troppo alte. Papanikolau vede, ne approfitta e lo infila. SLAM DUNK in testa, con urlo belluino allegato.
NOI non molliamo un secondo, riposeremo semmai nella tomba o dopo la coppa alzata, mai prima.
Non te lo dice ma lo pensa decisamente Printezis. L'unica esperienza lontano da casa era finita male: a Malaga, partito come una delle nuove potenziali stelle europee, dopo un discreto primo anno finì in un personalissimo inferno. Tornando a testa bassa e tanta frustrazione in corpo. Dopo il clamoroso tiro della vittoria nell'Eurolega dello scorso anno arrivò la liberazione: il suo Olimpo era ancora lì, dov'era sempre stato, ritornando ad essere quel dio minore per proteggere Giove-Spanoulis. Difesa, botte e canestri di rapina, per continuare a far rimangiare la parola a chiunque l'abbia criticato.
Poi Acie Law THE THIRD perchè così l'ha chiamato mammina si perde un Rodriguez carichissimo in penetrazione. La regola è semplice: devo rimediare. L'azione seguente va dall'altra parte del campo e piazza la tripla mancina del meno 4 senza ritmo. A due minuti dalla fine del secondo quarto. Meno 4, dal meno 17. Law e Printezis, come quasi tutti i compagni, non brillano per bellezza. Ne siamo sicuri: non è un caso. L'album patinato e fashion appartiene alle superpotenze milionarie. NOI al massimo con il nostro faccione su quell'album ci mettiamo gli altri. Posterizzati.
La sfida cresce di livello, il pubblico è più coinvolto, stupito. Ma no dai, al Real quando gli ricapita un'occasione come questa? Non tornerà a vincere Questo Olympiacos vero?!
Ah, dimenticavamo. Alla palla a due della finale d'Eurolega 2013 per l'Olympiacos ha da poco saltato..Josh Powell, che il mondo finora ricorda soprattutto come gran sventolatore di asciugamani sulla panchina degli ultimi Lakers campioni Nba. Ovviamente il secondo canestro dell'Olympiacos nell'ultimo atto londinese porta la sua firma. Rimbalzo d'attacco e canestro. Non è una coincidenza, trattasi pure del gesto tecnico preferito da Kyle.
I greci sono ancora sotto di 4 lunghezze all'intervallo lungo, ma quel 27-10 per i blancos di fine primo periodo non se lo ricorda già più nessuno. La folata di triple firmata Rudy Fernandez, Suarez e Llull è arrivata troppo presto. L'Olympiacos lo sa meglio di chiunque, e nell'ombra attende la preda per azzannarla alla giugulare. I greci vantano nettamente il tifo più numeroso e rumoroso dell'O2 Arena, ma il risultato potrebbe essere ben più simile a quanto accade nelle loro gare ad Atene se il secondo anello strapieno non anestetizasse i cori di mezza tifoseria. In generale peraltro l'atmosfera è più da regular season Nba che da finalissima europea, un fatto strano ma giustificato da un'edizione fortemente voluta in terre vergini per il basket. Non un bel segnale per l'Eurolega e la sua organizzazione, ma la precedenza al solito è del business e per il resto c'è la Devotion (..).
Ecco, se dovessimo dare una definizione dell'Olympiacos in una sola parola sarebbe, scusateci il volgo,"sgamati". E vincenti, ovviamente. Un'enorme ma allo stesso tempo sottilissima differenza dalle precedenti versioni di questa squadra che da tempo immemore inseguiva il sogno europeo. Ironia della sorte, finchè ha continuato a farlo accumulando "figurine" e contratti milionari, non ha mai sollevato la coppa. Anche quando giocò la finale di Parigi contro il Barcellona dopo pochi minuti fu subito chiaro a tutti che il team guidato dal buon Giannakis in panchina e da Teodosic in campo non avrebbe mai vinto. E così pure l'anno successivo, con l'ormai storica eliminazione ai quarti subìta da Siena dopo aver vinto Gara1 al Pireo di 58 punti.
Ah, il basket. Non pensate minimamente che sia una coincidenza che l'amara sorte degli sconfitti in una Final Four -all'epoca così come oggi- sia toccata ad una squadra di Milos Teodosic. Non abbiamo mai visto coach Messina così sconsolato ed impotente di fronte alla mancanza di carattere (per non dire "palle") -negli attimi cruciali della semifinale- di quello che sarebbe tecnicamente comunque il miglior playmaker d'Europa. L'allenatore italiano ha purtroppo ed a suo discapito toccato con mano cosa significhi avere in squadra un giocatore, anzi, dei giocatori, incapaci di tirar fuori quel qualcosa in più nel momento più importante della stagione. E il suo scatto dalla panchina verso il campo a fine terzo quarto della semifinale contro l'Olymapiacos ne rimarrà il triste simbolo. Quell'urlo di rimprovero mozzato nell'aria prima di diventare suono -e probabilmente insulto- e il successivo mesto ritorno alla sedia, nel loro piccolo e sportivamente parlando c'hanno stretto il cuore più di qualsiasi altro flash londinese.
Al contrario, è stato proprio in Quel Momento che già dalle finali dello scorso anno la cricca ateniese ha mostrato il meglio di sè. Senza il peso di un contratto oneroso e quindi pressante da onorare, senza l'assillo di dover vincere ad ogni costo ma con il desiderio enorme di mostrare finalmente una volta per tutte a tutta Europa quanto valessero, Hines, Law, Antic, Sloukas, Perperoglu, Shermadini, Printezis e compagni hanno semplicemente giocato il miglior basket della loro stagione. Anzi il più giusto, intenso e adatto a Quella Partita, la finale d'Eurolega. Compattandosi in difesa, non mollando un singolo centimetro, immolandosi per l'altro, reagendo di rabbia, istinto ed intelligenza ad ogni contromossa avversaria. Gesti semplici, basilari, ma appunto per questo scontati e spesso -toh!- snobbati. Un taglia-fuori, un rimbalzo offensivo nel traffico, un recupero, un aiuto difensivo, un tiro rinunciato a favore di un compagno, un secondo di tenuta e concetrazione in più rispetto al solito.
Le stesse armi che hanno distrutto in semifinale la resistenza del Cska, e non casualmente le medesime -unite a qualche sprazzo di classe in più- che hanno consentito al Real di guadagnarsi la finale eliminando nel derby europeo il Barcellona. Una squadra, quella blaugrana, speriamo ormai arrivata al capolinea con un allenatore, Pascual, privo di idee offensive e surclassato prima dall'intensità e poi dalla gestione del connazionale Laso. Se basta un Pete Mickeal in meno e qualche infortunio in più per abdicare in questo modo anonimo e per l'ennesima volta dal palcoscenico continentale, forse significa che la vita di rendita dall'Eurolega 2010 è giunta ormai alla sua sospirata fine.
Poi infine, e qui siam sicuri di dire una banalità evidente, per vincere a qualsiasi livello serve il tocco del campione. Con i "reietti" del basket europeo a costruire fondamenta, scalinate e colonnati del Partenone cestistico dell'Olympiacos, nell'ultimo quarto della finale con il Real è arrivato puntuale il genio dell'ormai leggendario Spanoulis a porre tetto e statua di Minerva luccicante sul capolavoro iniziato dai compagni. I 12 punti dell'ultimo quarto londinese raccontano solo parzialmente del dominio prima mentale e poi tecnico che Vassilis ha esercitato sulla partita e gli avversari. Quando c'è stato bisogno di uscire dalle acque torbide, Lui da vero leader riconosciuto all'unanimità ha risolto sempre con successo. Con un tiro, un assist, un palleggio. Sempre.
Spanoulis è la summa definitiva di questo Olympiacos, un uomo graziato dagli dei
sia per talento che per furbizia, sangue freddo e polso fermo. Una fusione, quella tra il condottiero greco ed i suoi fedeli soldati, talmente potente da non aver avuto bisogno quest'anno nemmeno del tiro allo scadere per sigillarne la supremazia. Annichilendo il comunque meritevole Real Madrid, colpevole forse solo di non aver sfruttato al meglio il talento offensivo di Carroll, Llull, Rodriguez e Fernandez negli ultimi cinque minuti di gara.
Non è che gli spagnoli non avessero huevos, attributi. Anzi.
Semplicemente l'Olympiacos ne aveva di più.
Di più di tutto il resto delle squadre d'Europa.
Flash. Usciamo per l'ultima volta dalla sala stampa dell'O2 Arena, sistemata a qualche decina di metri fuori dall'impianto. Sembra non esserci più nessuno in giro, se non qualche addetto ai lavori e qualche volontario.
Ops, sbagliato. Da dietro l'angolo spunta un vociare sempre più forte. Grida, risate. Sbuca il magazziniere sovrappeso dell'Olympiacos. Fradicio, sta correndo a rotta di collo mentre palleggia goffo il pallone della finale. Subito dietro spuntano altre persone, tutte fradicie e non solo di acqua. Non ci vogliamo credere subito, ma è veramente l'Olympiacos al completo che sta rincorrendo ubriaco e festante uno dei propri più fedeli e divertenti compagni di viaggio. Ci passano ad un metro, gli uni rincorrendo gli altri, e rientrano nel palazzetto continuando a gridare e cantare.
Scorgiamo anche Hines, a petto nudo felice ed in mezzo al gruppo.
Avevamo votato lui come MVP, ma l'Eurolega, sempre in nome di quel business, l'ha ridato a Spanoulis.
Poco male, probabilmente a Kyle e agli altri bicampioni d'Europa attende un'estate dove potranno finalmente monetizzare un successo personale e di squadra epico.
Probabilmente l'anno prossimo non rivedremo più questo Olympiacos squattrinato e commovente.
O forse la dea Minerva presterà anche al basket un po' del suo raziocinio, mantenendo intatto o quasi questo gruppo irripetibile.
Non possiamo prevedere il futuro, ma capiamo almeno una cosa, lasciandoci alle spalle l'O2 Arena.
Il tempo dei bonsai è finito per sempre.
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