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I Generals, le société du spectacle, il jordanismo e tante altre storie.
"Può il batter d'ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?"
(Edward Lorenz)...
Come i Provos olandesi, con le loro biciclette bianche e un'idea di anarchia responsabile, ci piace offrire mele fresche ai passanti.
Ma stavolta, rispettando la mitologia religiosa del frutto proibito, rischiamo veramente l'ira e l'espulsione dal Paradiso Terrestre.
Se non ve ne siete accorti, aggiorniamo lo score dei Cleveland Cavs d. j. (dopo James): al momento si va per i libri di storia, venticinque sconfitte consecutive, in un serial di disfatte che ci ricordano i giorni del mitico Ted Stepien.
Eppure, appena un anno fa, alla Quicken Loans Arena la musica era totalmente diversa: ci si chiedeva se le avversarie avrebbero potuto fermare la marcia, apparentemente irresistibile, dei Lebroners.
Centoventisette (!) vittorie in due anni di regular season, opposte alle otto della siccità attuale, propongono un bel tema di discussione sulle doti del giocatore più chiaccherato del pianeta.
LeBron James, che piaccia o meno, è il bipede che oggi ha più impatto su una partita di pallacanestro.
A giudicare dalla Nagasaki verificatasi in Ohio sono pochissimi (nella storia dell'Nba) che possono reggere il passo, anche statistico, con il Prescelto contemporaneo.
I Cadavers attuali, con l'eccezione di due centri prepensionati (Ilga e il Diesel), sono lo stesso combo che avrebbe dovuto (potuto) issare il sospirato bandierone.
Incredibile pensare all'influenza dell'ex ventitre sulle fortune di quella squadra: verrebbe da dire, Chris Rock docet, che The Chosen One aveva trasformato i Washington Generals in una contender...
Il paragone più ricorrente, fuori posto per il differente chassis dei due (torneremo a breve sull'argomento), è con Michael Jordan.
Però comparare cosa successe alle portaerei, dopo la diserzione dei capitani, ribalta la percezione della realtà spacciata.
Nel 1994 i Bulls arrivarono vicinissimi alla finalissima, che sarebbe stata la quarta consecutiva di quel gruppo: conosciamo benissimo le differenze tra epoche diverse, ma siamo troppo perfidi (e Debordiani) per non far notare l'idiosincrasia.
Ma come?
The G. O. A. T. e tutto il resto: Sternville, Falkland, l'Electronic Arts, la Nike, i media...
I Tori mikeless, che a Novembre ebbero fuori uno dei due Mvp della lega (Scottie Pippen, l'altro era Hakeem Olajuwon), vinsero solamente un paio di partite in meno rispetto alla stagione prima.
In una perfetta conversazione da bar metteremmo i puntini sulle i: senza Afroman (record 4-6) persero la possibilità di avere il vantaggio campo per tutti i playoffs.
E non scordiamoci del fischio di Hue Hollins che decise gara5 e la semifinale di conference a favore dei Knicks: il migliore esempio dell'esistenza dei finitimi anche in America.
Quindi i jacksoniani erano uno squadrone da titolo, anche senza His Airness sul legno dello Chicago Stadium.
Non pensiamo si riesca a sostenere la stessa tesi per la formazione di Eurocup allenata da Byron Scott.
Il problema, nella visione generale del discorso, è lo scenario fantastico che si dipinge quando si discorre di una divinità (o di un poster) come MJ.
Il riferimento è spesso a "Space Jam" o a Nba Action, non alla realtà dei fatti.
LeBron James rappresenta il cyberbasket: in alcuni casi ci sembra troppo futuribile per caratterizzare, assoggettare definitivamente, il presente.
E' un mostriciattolo che talvolta appare nei sogni dell'immaginario oltreoceano; cominciò tutto con Mo Stokes (The Father Of Modernball), poi Oscar Robertson e proseguì, anni dopo, grazie a Magic Johnson.
Trattasi dei tre all around che spinserò più in là l'immaginazione sui ventotto per dodici.
Le fattezze di LBJ ne fanno l'ultimissima evoluzione della specie: il corpo di Gus Johnson con i piedi di Michael Vick e tante altre armi per elevare il livello di gioco dei compagni.
Nessuno ribalta il lato come lui, con quei traccianti, esibendo la mobilità di un piccoletto e la corazza di Karl Malone.
Quando agisce da point forward, in situazione dinamica, è veramente spaventoso: pare ai confini della realtà immaginabile e dell'onnipotenza tecnica.
Il suo guaio, che appartiene anche ad altri colleghi della sua generazione, è il modello di riferimento.
Poichè lo stereotipo del dominatore, dai Novanta in poi, è diventato proprio $...
Il jordanismo, che è una religione monoteistica e vive quindi su concetti eterodiretti (ignorando pure la vera grandezza del soggetto), ha trasfigurato le antiche certezze.
Essendo culto fondamentalista, ha convertito tutti (indistintamente) al ruolo di big guard e di eroe-dell'ultimo-tiro.
Anche se pesano centoventi chili e dovrebbero usare tutto quel ben di Dio in maniera meno monotona: oggi finalmente, a ventisei anni, il nostro ogni tanto si mette spalle a canestro.
Però il concetto di fondo, alla faccia della tirannia acclarata sui cari inferiori, è una selezione di tiri da spiaggia, in isolamento perpetuo.
Una robaccia che appunto ci ricorda il Jordan da quaranta tentativi dal campo, edizione fine Ottanta, ovvero l'esatto opposto di ciò che preferivamo del suo estro.
Per esempio, l'idea esaltante che l'ex Tar Heels rappresentasse un incrocio genetico miracoloso: Jerry West e David Thompson nello stesso atleta.
La capacità misteriosa di vedere i pertugi lasciati incostuditi dalla difesa avversaria, le evoluzioni in post sempre più raffinate, l'olfatto per spaccare in due le contese, il carisma.
Non ci interessano gli effetti speciali, che sono delizie procteriane, non nostre.
Infatti paragonarlo al cittadino più famoso (..) di Akron è ingeneroso per entrambi; perchè appartengono a due razze differenti.
Il primo è il closer per antonomasia, il solista supremo, il secondo è l'universale del ventunesimo secolo.
Punto e a capo.
Poi, considerando la classe dei protagonisti, si possono scambiare le parti: Air, ad un certo punto della carriera, agì anche da point guard realizzando un filotto impressionante di triple doppie (era il 1989).
E LeBron è stato molte volte decisivo nei testa a testa.
Ma le specialità della strana coppia sono ben distinte, è il marketing che li accomuna: uno è la continuazione commerciale dell'altro.
Ecco dunque il vero immaginario che conta, lo spettacolo integrato.
The Decision, titolo inconsapevolmente degno dell'impareggiabile Ali G, è stata pornografia del divismo sportivo; James, come altri milionari tatuati, sembra vivere in una dimensione da reality televisivo.
Lanciata in grande stile, più di vent'anni fa, dal campionissimo hamburger con il ventitre: diventa quindi un'impresa omerica il tentativo di riportare l'attenzione al parquet, essendo la confusione dei livelli un segno tangibile dei tempi.
Il migliore di sempre, per dirla tutta, è un esercizio onanistico; la base di questi giudizi, in un giochino di squadra, ha più variabili della successione di Fibonacci.
E' una spirale senza fine, affascinante quasi quanto una guglia del Borromini, ma ci porterebbe a disquisire sul sesso degli angeli.
I titoli si vincono con l'organizzazione, le franchigie modello e i pezzi perfetti del puzzle.
Cento per cento carne e patate, zero per cento dessert.
Non arriviamo a sostenere, come scritto da un Guy Fawkes della rete, che Jordan senza Jackson e Pippen avrebbe fatto la fine di un Allen Iverson, ma in quanto provocazione (intelligente) ci piace assai.
Allora, andando al dunque, il sei degli Heatles condurrà Miami alla terra promessa?
Osservando la concorrenza, e soprattutto la cartà d'identità dei mammasantissima, qualche parata a South Beach ci sembra inevitabile.
La difesa è già pronta, rileyiana il giusto, ed è un prologo promettente: troppe volte ci si scorda che gli anelli si producono (in serie) piegando gambe e schiena dall'altra parte del rettangolo.
L'attacco è alle aste, totalmente privo di continuità: James evolve con un altro ras degli esterni, Flash Wade, nell'ennesima nemesi storica del parallelo Mike-King.
Un due e un tre così padroni della scena non li vedevamo dai fasti della Chicago dinastica.
Ma stavolta, dal punto di vista tattico, il trentatre è lui perchè fa cose inimmaginabili (a quella altezza) per l'altro.
Soprattutto come libero difensivo quando certifica (ai lebronhaters) un quoziente intellettivo, negli anticipi, nel tempismo, nella visione dello sviluppo del gioco altrui, molto sottovalutato dal quarto potere.
Affiancandosi a uno che è più deflagrante nei finali stretti, dovrà esibire l'acume di chi ha compreso fino in fondo la liturgia.
Prima del jordanismo nessuno ha mai pensato che Earvin Johnson, che nei momenti caldi riforniva autorevolmente Kareem Abdul-Jabbar, fosse una mezza calza: era solamente un fuoriclasse che aveva letto e capito le tavole sacre del basket.
Per terminare volando altissimi, ma non come Icaro, vorremmo proporre una serie di regole (elastiche) che abbiamo sempre amato.
Un mantra gentile ideato da Jack Ramsey, uno dei grandissimi di questo sport:
"1. Basketball, like every other sport, is predicated on the execution of the fundamentals.
2. The coach is a teacher; his subject is the fundamentals.
3. The highest level of achievement is attained by the teams with the best conditioned players.
4. Even the greatest players have a level of improvement to achieve.
5. Even the greatest players accept coaching and value the need for discipline and the order that brings to the team.
6. Winning is more related to good defense than good offense.
7. Break-down drills, under simulated game conditions, are essential to team success.
8. Teams that play together beat those with superior players who play more as individuals.
9. There are no physical limits to individual achievement.
10. Although the game has become more sophisticated, simpler is better in developing and teaching a system of play.
11. Players draw confidence from a poised, alert coach who anticipates changing in game conditions.
12. Teams that never concede defeat can accomplish incredible victories."
Ossequi. |